TRITTICO


Si tratta di tre tavole lignee di diversa grandezza, dipinte a tempera, originariamente incernierate fra di esse e richiudibili. Su quella centrale, è rappresentato il Cristo Benedicente (123x64), sui due sportelli sono rappresentati, alla sinistra di chi guarda San Giovanni Battista (123x33.5) e alla destra San Giovanni Evangelista (123x32) Il retro dell’intero dipinto è decorato con un ornato monocromatico eseguito a tempera grassa.
 






Per quale motivo un’opera di tal fattura si trova nella Chiesa parrocchiale di Nemi, allo stato attuale delle conoscenze e delle ricerche effettuate, non è dato di sapere. Nei libri delle Sacre Visite Pastorali, conservati nell’archivio della Diocesi Albanense, non sono contenute indicazioni che attestano la sua presenza prima del 1661. Non è menzionato in nessuna delle Visite Pastorali precedenti tale data, né in altri documenti che abbiamo visionato. E’ stato ipotizzato che esso sia stato già collocato nell’antica Chiesa dedicata a San Giovanni, o nell’antica Chiesa di Santa Maria del Pozzo che era attigua alla torre del castello e che fu demolita nella prima metà del 1600 per ordine di Mario dei Frangipane. Questa famiglia, che ha avuto possesso del feudo Nemorense fin dal 1572, ebbe un particolare riguardo per Nemi poiché vi ha abitato stabilmente per oltre duecento anni. Per iniziativa di Mario fu intrapreso un riassetto urbanistico dell’intero nucleo abitato che prevedeva anche la realizzazione della nuova Chiesa parrocchiale. Iniziata prima del 1636, venne portata a termine nel 1650. Con buona probabilità proprio nell’arredarla è possibile che sia stato portato in essa il trittico. Lo troviamo successivamente nominato, quale arredo della sacrestia, nell’attuale Chiesa di Santa Maria del Pozzo, in un'indicazione che dava il Card. Gonzaga, affinché ricevesse una sistemazione più conveniente e ricordato in tutte le seguenti Visite pastorali.
In occasione del restauro del 1912 il trittico è stato collocato nella terza cappella di destra della navata, in quella che era prima dedicata al crocifisso, ove e rimasto fino alla chiusura per lavori della Chiesa parrocchiale. Durante i quindici anni di chiusura, è stato custodito nel convento dei Padri Mercedari, e dopo accurato restauro qui ricollocato.
Giorgio Bernardini ha espressamente attribuito l’opera ad Antoniazzo Romano, pittore romano nato nel 1435, operante tra il 1460 e il 1508 a Roma e nel Lazio. Per Anna Cavallaro essa ripete puntualmente il modello antoniazzesco, essendo tra l’altro, realizzata utilizzando lo stesso cartone del Redentore di Zagarolo e di Castelnuovo di Porto e trovando soprattutto con quest’ultimo dipinto notevoli punti di contatto. Tuttavia sembra essere ai margini della pittura romana del tempo.
Il dipinto, nella sua articolazione figurativa, ha un impianto narrativo. Presenta i tempi della storia della salvezza: quello dell’attesa, nella storia di Israele, tipizzata dalla figura di Giovanni il Battista, quello del compimento, nell’immagine di Cristo Salvatore, quello dell’annuncio, della testimonianza e della diffusione della Chiesa esemplarmente caratterizzato dalla figura dell’Evangelista Giovanni.. In consonanza col movimento temporale, la prima figura che emerge a sinistra, è quella del Battista. Egli è presentato secondo i tratti descrittivi contenuti nei vangeli sinottici, e nell’atto di indicare il Cristo. Ultima figura profetica dell’Antico Testamento, il Battista riassume in se tutte le giuste attese di Israele. Potente e forte preparazione alla novità di salvezza che sta per compiersi, anche nel trittico è preludio all’immagine centrale del Cristo. La tavola centrale presenta la figura seduta del Cristo. Anche qui una attenzione particolare va rivolta all’impianto dell’immagine: la calma serenità del volto, il ricco mantello rosso, l’intenso blu della tunica che si intravede, il libro aperto nella mano destra, la mano sinistra alzata, diventano teologia simbolica, svelamento dell’identità misteriosa del Cristo: Egli è la Parola Eterna che fin dal principio era Dio. Giovanni Evangelista è il tipo del discepolo che testimonia ciò che ha visto e attesta egli stesso la veridicità di quanto dice. Giovane seguace di Gesù (forse proprio questo indica il verde della tunica che dice giovinezza e vitalità) egli ha visto e ha creduto e questa testimonianza, data fino al dono della vita, insieme con quella di altri, è deposta nello scritto, il suo vangelo.
Il trittico con la sua narrazione figurativa dunque non ha altro fine che inserire nel tempo della salvezza colui che guarda il dipinto, richiamarlo al mistero salvifico che si è compiuto a favore dell’uomo di ogni tempo, e perciò anche dell’uomo di oggi.
© Mannoni Claudio