Il presepio… “in Nemorensi”.


Il presepio… “in Nemorensi”.


Il presepe, o come più popolarmente si dice il presepio, non è null’altro che la raffigurazione del Natale di Gesù. Tuttavia da quando S. Francesco nel 1223 lo ha realizzato come rappresentazione vivente a Greccio nella notte di Natale, - e la leggenda vuole sia stato il primo a farlo - esso è sempre più diventato scena, specchio del mondo, quotidianità che ospita e accoglie l’evento raccontato. Di ciò il Settecento, tra scenografie spettacolari e vita popolare e pittoresca, sacro e profano, ha fatto esplodere la tradizione del presepio fra la gente, che poi ha punteggiato l’Italia da Nord a Sud, da Genova alla Sicilia, trovando a Napoli il cuore del teatro della natività, con una progenie di manichini barocchi di santi e di briganti e di sacre rappresentazioni, che ancora oggi stupiscono e affascinano facendo abbozzare almeno un bonario sorriso.
La storia di Nemi per il presepio non è da meno. Le donne anziane ricordano ancora il grande presepio allestito nel castello Ruspoli dalle Figlie della Carità, ricco dei suoi manichini settecenteschi accuratamente vestiti di sete colorate, purtroppo trafugati nelle vicende della ultima guerra. Con una punta di rimpianto ancora dicono nelle loro espressioni dialettali: “Ch’era bellu!”. E da sempre, come d’altronde in ogni altro luogo, puntualmente ogni Natale nella chiesa parrocchiale si allestisce il presepio.
Se la scena del presepio è lo specchio del mondo, ognuno ha il suo luogo di vita, il suo mondo. Allora perché non ambientare la nascita di Gesù proprio nei luoghi nemorensi? E, come appare ovvio, a questa domanda la risposta non può che essere affermativa.
È quanto da un po’ di tempo va facendo un gruppo di appassionati presepisti che ha fatto della costruzione del presepio nella chiesa parrocchiale l’impegno di ogni fine anno. Coniugando ricerca storica e iconografica a una tecnica costruttiva a lungo sperimentata, perfezionata e ormai esperta e puntuale, via via dalle loro mani sono usciti scorci caratteristici di ciò che Nemi era ed è, per ospitare nelle visuali ricostruite l’evento celebrato nel Natale.
Dopo il susseguirsi di ambientazioni più o meno fantasiose, il proposito prende corpo nel 2004, quando i nostri maturano la scelta di realizzare un allestimento che rappresenti uno scorcio di Nemi dominato dalla struttura del Castello, che con la sua mole incombe sul paese e sull’antico borgo della Pullarella. Uno scorcio invero ormai perduto a causa dei rimaneggiamenti urbanistici della fine dell’Ottocento. Sarà ricostruita con la tecnica del polistirene gessato, adatta a realizzare una scena che durerà per il tempo delle feste natalizie, la cosi detta “Piazza in dentro”. Della piazza non rimanevano nella memoria che gli echi ripetuti nelle narrazioni dei più vecchi i quali ricordano come una volta, per accedere al borgo antico, si doveva passare sotto l’androne del castello giungendo appunto nella “Piazza in dentro”. Un disegno appena abbozzato, dei primi dell’Ottocento, da un artista del Gran Tour, offre l’indicazione che sta alla base della scena: vi è acquerellata a seppia la casa di Tommaso Cavaterra, il ciabattino, ch’era posta in quella piazza. Anche se oggi essa si è trasformata ed ha assunto caratteri nuovi che la rendono irriconoscibile, si può affiancare l’antico scomparso con lo stato attuale. Questa appare subito la strada da percorrere: l’idea è di riprendere il passato e farlo rivivere in scena per uno spazio di tempo pur breve. Questo potrà certamente aiutare ad arricchire chiunque si metterà di fronte al presepio non solo per le evidenti connotazioni religiose che esso certamente ha, ma anche per una sorta di ripresa delle proprie radici storiche. Quindi i luoghi si compongono sotto la sapiente maestria dei presepisti con una ricchezza di richiami alle strutture edilizie del tempo, ma anche alla vita che vi si svolgeva: col ciabattino che batte energicamente le suole, la bottega del fabbro, il bancone col pesce del lago; ma pure con la ricerca di elementi originali quali i nomi delle strade del tempo, posti agli angoli delle case su improbabili targhe, ma i cui appellativi sono perfettamente i veri e propri nomi di quei tragitti: via del “Pavone”, via “della pergola”,vicolo del mal passo” – ove vi erano le carceri feudali e la gogna per porre i rei alla berlina. Ecco ancora le “grida” della Municipalità affisse ai muri, che impongono ai cittadini la potatura degli arbusti lungo le vie di campagna o vietano l’abbeveraggio “delle proprie mandre ai forastieri” e il curato, che accompagnato dai Confratelli con ceri e lumi, reca il viatico al morente…
Da allora la storia presepistica è andata avanti ricollegandosi ogni volta a luoghi e vicende proprie di questo paese. Ecco dunque il grandioso rudere di una chiesa che, in una sorta di visione immaginifica, mostra la seicentesca cappella dell’icona di Versacarro alle pendici delle piagge sulla costa del lago, distrutta  “quasi mano armata” dai frati cappuccini prima di trasferirsi in Genzano. E poi saranno le grandi sostruzioni del tempio di Diana a divenire il luogo della nascita di Gesù. Qui la scena si compone armonizzando luoghi diversi, tutti ricostruiti con una attenzione filologica storicamente inoppugnabile. La grande spianata del Giardino del Marchese Frangipane accoglie allora anche la mitica Fonte Egeria, più prosaicamente conosciuta come la “fontana delle mole”, le cui acque hanno irrigato per secoli gli orti di S. Nicola e annaffiato le gustose cipolle decantate già da Pio II Piccolomini. Quel che ne rimane viene puntualmente ricostruito in una scala perfetta. È riprodotta non solo la caduta delle acque ma anche la condotta e il serbatoio che, forzandole in pressione, metteva poi in movimento una prima mola e poi una seconda: esse hanno macinato per centinaia di anni il grano e altre granaglie che dai dintorni vi giungevano per la “Via dei macinanti”; ma anche le macine che nel frantoio posto più in basso,hanno franto le olive raccolte negli uliveti impiantati sulle pendici del lago dal duca Braschi. Addirittura il cadente caseggiato, nel cui piano superiore il mugnaio Biagio, di seicentesca memoria, ha sicuramente abitato, viene esattamente rifatto così come si mostra oggi. Di tutto questo certamente oggi non rimangono che diroccate vestigia: un complesso di archeologia industriale che il passante distratto fatica a individuare e riconoscere fra gli anfratti spinosi che avvolgono le mura in rovina. Ma nella scena esse rivivono abitate da nonnine e contadini, lavandaie e fragolare, rivestiti con abiti e costumi del tempo che fu. Forse ricordandoci che il passato in verità non è poi così lontano.
Lo stesso accade quando l’impegno dei nostri si pone alla ricostruzione dell’osteria alla Faiola: un trascorso antico attraversato nella quotidianità da briganti e soldati Corsi, da ostesse e viandanti. Sono altri uomini, vicende e luoghi ad offrire la scena del mondo per il presepio. Il quartiere dei gendarmi pontifici viene riprodotto sulla scorta delle emergenze architettoniche e della documentazione storica, permettendo cosi di ricostruire l’ormai scomparsa chiesa di S. Antonio e l’antico adiacente casale che, oltre all’osteria, ospitava la guarnigione posta a sentinella sulla via corriera per Napoli, sul cui tracciato odierno corrisponde alla nuova via dei laghi. Quel che resta del casale e i ruderi della Chiesa continuano a ergersi là, solitari e nascosti, all’ombra di un gran pino. Ma anche essi, che rischiano di svanire definitivamente a ragione dell’azione disattenta di alcuni, hanno offerto luogo alla rappresentazione dell’Evento.
Il lavoro dei presepisti è poi proseguito rievocando la rappresentazione della benedizione dei campi, un avvenimento che puntualmente si ripresenta ogni primo di maggio, con la processione nella quale viene trasportato lo stendardo dei patroni, giù fino all’ “l’arcu da pede” , l’antica porta trecentesca del paese. Anche in questo caso la testimonianza documentaria appare sicura: l’evento è attestato almeno da almeno trecentocinquanta anni. Non da meno quest’anno: la nuova realizzazione riprende i tratti rappresentati in un disegno di un viaggiatore del Grand Tour. La natività collocata nell’antica oliara del principe Braschi, trova nell’osteria di Crispino Middei e nei giocatori di bocce un attimo di vita presso la “Braccheria”. Di sicuro ancora una volta passato e presente si riuniranno per offrire un momento di artistica e suggestiva poesia che però vuole rimanere ben aderente alle vicende dei luoghi. Di una cosa però siamo certi: la scena del mondo per la rievocazione della natività di Gesù è, ancora una volta, “in Nemorensi”.