le confraternite e la storia

25 Agosto 2012

Quasi scomparse sotto la spinta della "modernita" e del rinnovamento della testimonianza cattolica nel clima postconciliare, le confraternite sono tornate alla ribalta nel 1989, quando papa Wojtyla si dichiarò loro simpatizzante e benedisse il primo convegno nazionale tenuto a Roma quell'anno. Anzi, già l'anno precedente, il 15 gennaio 1988, il cardinale vicario Ugo Poletti istituì un apposito ufficio in Vicariato per la promozione e la cura pastorale delle confraternite, affidata a mons. Antonio Massone. Da oltre ventiquattro anni le confraternite sembrano aver trovato un nuovo spazio nella società del nostro tempo: come e forse più che in passato, anche oggi ci sono nuove povertà da soccorrere, nuovi schiavi da riscattare, nuova testimonianza cristiana da dare.
I confratelli, vestiti di sacconi colorati e cappucci, di mozzette e scapolari, appaiono nell'immaginario collettivo come i portatori di una religiosità di sapore medievale. In apparenza le confraternite sembrano impegnate soltanto a "scortare" le processioni del santo patrono, del Corpus Domini e di altre importanti celebrazioni liturgiche. Altrimenti esse ci appaiono come un pittoresco retaggio del passato, ovvero un'ostentazione anacronistica e incomprensibile, tutta esteriore del numero e del potere di un pio sodalizio. Purtroppo questa distorsione di percezione ci è stata consegnata o imposta dagli enormi cambiamenti culturali e sociali del XX secolo; mentre per oltre seicento anni e almeno fino alla fine dell'Ottocento la realtà sociale e culturale rappresentata dalle confraternite è stata ben altra cosa. Le confraternite hanno rappresentato per innumerevoli generazioni l'impegno civile e insieme caritatevole verso i più deboli; la più concreta forma di presenza attiva e di organizzazione sociale finalizzata a scopi umanitari, filantropici, solidaristici, fondata sul sentimento religioso e sulla dottrina cristiana. Nei secoli scorsi le confraternite si preoccupavano di soccorrere gli infermi e di sostenere gli indigenti, di riscattare i prigionieri cristiani rapiti dai pirati musulmani, di dare pietosa sepoltura ai morti di campagna, di assistere i condannati alla pena capitale, di prevenire la devianza sociale dei giovani e delle zitelle, di aiutare le vedove e i disoccupati. Non solo, con il potere economico che gli proveniva da lasciti testamentari più o meno cospicui, le confraternite realizzarono poderosi strumenti di intervento, sia materiali, come le innumerevoli strutture ospedaliere giunte in molti casi fino a noi, o i monti di pietà strumenti di lotta contro il fenomeno dell'usura, sia immateriali, come la promozione delle arti figurative, musicali e teatrali. Non erano ordini religiosi e neanche accademie culturali. Erano sodalizi formati da normali cittadini, laici, di ogni età e classe sociale, che dedicavano generosamente una parte del loro tempo e dei loro beni al miglioramento materiale e all'elevazione morale della società del loro secolo. Un impegno personale e collettivo che scaturisce nell'ambito della civiltà urbana, più che di quella feudale o rurale.